

29) Scheda.

La ginestra ovvero il dialogo cosmico del poeta, degli uomini e
della Natura.

 L'ultimo dei Canti, scritto pochi mesi prima della morte,
racchiude in una estrema sintesi tutta la riflessione di Leopardi:
 la pi esplicitamente filosofica delle sue poesie; la filosofia
non si presenta fusa e confusa con la poesia, ma, in alcuni
passaggi, prende addirittura il sopravvento sulla poesia. Come nel
Dialogo della Natura e di un Islandese (vedi lettura 22) i
personaggi sono tre: il poeta, il resto dell'umanit e la Natura.
Ma ciascuno di essi viene poi diviso e moltiplicato e presentato
con volti diversi e contraddittori: il cosmo intero compare in
tutta la sua ricchezza e variet di punti di vista, che,
rovesciandosi l'uno nell'altro, comprimono o dilatano le cose fino
all'infinito. La Terra e la Galassia, ad esempio, l'una all'altra
infinitamente piccole e l'uomo - che della Terra si reputa il
signore - e la Terra stessa sono addirittura nulla rispetto
all'immensit dell'universo (versil58-l85). Il punto di vista
dell'universo  lo stesso assunto da Nietzsche nel Su verit e
menzogna in senso extramorale (vedi l'intorduzione a questo
capitolo). Questo scambio dei punti di vista, la capacit di
assumere la posizione dell'interlocutore (a anche dell'avversario)
 la premessa necessaria a ogni forma di comunicazione e di
dialogo.
Ne La ginestra i punti di vista si moltiplicano.
La Natura non  un tutto omogeneo, ma  l'arida schiena del
Vesuvio e l'odorata ginestra, sono le ceneri infeconde e la
serpe e il coniglio,  la lava indurita, il fiammeggiar delle
stelle, lo specchio del mare.
Cos gli uomini non sono umanit indifferenziata, ma una
moltitudine sterminata di individui, e tra loro c' colui che
d'esaltar con lode il nostro stato ha in uso; ci sono quanti
hanno fatto risorgere il pensiero e segnato una via (i
razionalisti e i sensisti del Rinascimento, secondo Walter Binni)
e quelli che la stessa via percorrono ora a ritroso pensando di
andare avanti (lo spiritualismo ottocentesco, sempre secondo
l'interpretazione di Binni); c' lo stolto che di fetido orgoglio
empie le carte e c' chi, di nobile natura, ha il coraggio di
svelare la vera condizione dell'uomo.
Infine il poeta che ora, nella solitaria campagna romana e sulle
falde del Vesuvio, guarda le ginestre fiorite; ora assume
dichiaratamente la veste del filosofo e rifiuta con decisione il
pensiero del secol superbo e sciocco; quindi di nuovo seduto
sulle pendici del Vesuvio, di notte,  intento a osservare le
stelle che si specchiano in mare e l'infinit dell'universo, per
poi fermarsi a riflettere sulla condizione dell'uomo (il tuo
stato quaggi); ancora, incerto se ridere o se provar piet dello
stupido orgoglio di molti uomini.
Il dialogo si svolge su pi piani e tra protagonisti diversi,
racchiuso fra l'inizio e la fine del canto, che a quel dialogo
danno il senso: la ginestra convive con la morte, con lo
sterminator Vesuvio, intorno a Roma e alle vestigia del suo
perduto impero, dimostrando una saggezza sconosciuta all'uomo
(... le frali / tue stirpi non credesti / o dal fato o da te
fatte immortali).
All'interno della Natura, la vita e la morte convivono, come
sosteneva l'antica sapienza di Eraclito o il materialismo di
Democrito e di Epicuro: sui campi sterili di lava vive e si scalda
al sole la serpe e trova rifugio il coniglio; se le pendici del
vulcano sono una ruina che tutto involve, la ginestra che vi
fiorisce al cielo di dolcissimo odor manda un profumo e - la
cosa va sottolineata - il deserto consola (si stabilisce cio
una relazione affettiva all'interno della Natura); alla mesta
landa, cui  stato ridotto il fianco una volta fertile del
Vesuvio, fanno da contrappunto le stelle fiammeggianti, lo
specchio del mare e l'infinito spazio del cielo; la forza
distruttrice che annienta in un attimo le dimore delle formiche e
quelle degli uomini  bilanciata dalla vita che riprende sopra
alle rovine (vi pascola la capra, ma anche vi sono sorte nuove
citt); perfino la citt di Pompei, sepolta dall'eruzione, torna a
veder la luce, grazie agli scavi iniziati nel l748, e, in qualche
modo ricomincia a vivere (nel deserto foro si avventura il
turista e vi riporta la vita, il pipistrello nidifica fra le
rovine); la ripresa della vita sar comunque una fase momentanea
cui subentrer di nuovo la morte: la lava rosseggiante continua a
minacciare la risorta Pompei e le nuove citt e travolger le
molli foreste di ginestre. Sulle nuove rovine, poi, ...
Fra gli uomini il dialogo assume la forma del dibattito
filosofico, cui abbiamo accennato, fra idealismo e spiritualismo
da un lato e materialismo e sensismo dall'altro, fra chi sogna la
libert e al contempo rende il pensiero schiavo dei dogmi e chi
usa il pensiero per illuminare e svelare la verit. Il pi delle
volte, per, la comunicazione fra gli uomini si trasforma in
guerra aperta e combattuta. Ma lo scontro anche pi duro, secondo
Leopardi non preclude la possibilit di stabilire nuove forme di
comunicazione: se la filosofia assolver il suo compito di rendere
palesi al volgo gli orrori cui la vita umana  costretta dalla
Natura riprender l'onesto e il retto / conversar cittadino.
Il centro del dialogo  costituito dal confronto fra uomo e
Natura. La premessa  inequivocabile: il rapporto fra uomo e
Natura  quello fra Nulla ed Essere; un lieve respiro della Natura
e l'uomo  in gran parte annichilito; un respiro un po' meno lieve
e l'umanit  annichilita del tutto. Questa verit, che deve
essere sempre tenuta presente, sta per sullo sfondo della vicenda
umana;  la possibilit dell'annullamento totale da cui scaturisce
la certezza dell'annullamento individuale. Ma non giustifica il
suicidio (vedi lettura 14): l'uomo per natura non si rassegna,
anzi, l'uomo nobile riconosce la Natura come nemica e si
attrezza per difendersi dai suoi attacchi. Solo gli stolti,
infatti, possono pensare di essere in grado di sfidare e dominare
la Natura; i saggi cercano di utilizzare le risorse che la stessa
Natura ha dato loro (vedi lettura 16) per fuggire il dolore. In
pi - e questo  un aspetto del pensiero leopardiano che compare
esplicitamente solo ne La ginestra - l'uomo saggio ... incontro a
questa [la Natura] / congiunta esser pensando, / siccome  vero,
ed ordinata in pria / l'umana compagnia, tutti fra se confederati
estima / gli uomini, ...; la Natura empia ha spinto e spinge
gli uomini a dar vita alla societ, cio alla comunicazione e alla
collaborazione fra gli individui. La potenza della Natura contro
gli uomini  simboleggiata dal Vesuvio, sempre in agguato, sempre
pronto a distruggere di nuovo quanto gli uomini hanno ricostruito.
Ma il villanello non ha abbandonato le falde del vulcano (non ha
scelto il suicidio); vive nella pena e nella paura, ma si
organizza per sfuggire il pericolo e per continuare a vivere:
sorveglia sospettoso la vetta del monte, passa notti insonni,
osserva il movimento delle colate di lava e scruta l'acqua del
pozzo alla ricerca di segni premonitori dell'eruzione; fugge
davanti al fuoco che avanza e gli distrugge i campi e la casa. Per
restare vivo. La risposta istintiva del semplice villano 
metafora dell'atteggiamento dell'uomo e saggio e del poeta, che
mette in atto tutte le proprie risorse (la fantasia e
l'immaginazione) per sottrarsi agli attacchi, sia prevedibili e
previsti, sia improvvisi e inattesi, della Natura. Di certo la
Natura non si cura del correre e dell'agitarsi degli uomini e del
trascorrere del tempo; e questa indifferenza pu essere vista
dagli uomini come un atteggiamento crudele; ma solamente da quegli
uomini (e purtroppo sono i pi) che di fronte al loro destino di
morte piegano il capo e implorano piet, oppure pensano con
forsennato orgoglio di potervisi opporre.
Il poeta interviene in prima persona in questo dialogo pieno di
dissonanze e di conflitti insabanibili. Il primo intervento  di
lode alla bellezza della Natura-ginestra (Anco ti vidi / de' tuoi
steli abbellir l'erme contrade); quindi contro gli uomini-stolti
rappresentanti del secol superbo e sciocco (Non io /con tal
vergogna scender sotterra); e poi ancora contro gli uomini-
stolti travolti dal fetido orgoglio; si confronta quindi con la
Natura-desolazione delle falde del Vesuvio e subito dopo con la
Natura-scintillante-del-cielo-infinito; infine contro gli uomini-
stolti che favoleggiano di essere padroni e scopo del Tutto (di
fronte ai quali non sa se sorridere o provare piet). Sembra che
la preoccupazione maggiore sia quella di sottolineare la stoltezza
degli uomini piuttosto che la crudelt della Natura.
Leopardi  riuscito ne La ginestra a comporre un quadro unitario
di ci che  soggettivo e di ci che  oggettivo, di ci che muta
di continuo e di ci che rimane identico a s. In questo quadro
non c' sopraffazione permanente di un elemento sull'altro ed
anche la Natura mostra ora la parte orribile della sua faccia, ora
la parte bella (vedi lettura 22). Ma soprattutto, fra le voci
dissonanti, emerge una via per l'uomo, una via che passa per
l'esperienza degli uomini semplici (il villanello), per quella
degli uomini saggi (che svelano il vero) e per l'esempio della
Natura-ginestra. Questa via rovescia il pessimismo senza speranza
di Schopenhauer, che definiva la vita una morte sempre rinviata
(Il mondo come volont e rappresentazione, quarto, 57): per
Leopardi la vita  anticipazione continua della morte, un
avvicinarla per poterla oltrepassare; la morte  il limite, la
siepe di cui bisogna essere costantemente consapevoli per potere
andare al di l. E conquistare l'infinito e l'eternit. E proprio
il primo verso de L'infinito sintetizza questo (grande) destino
dell'uomo: sempre non  soltanto tutte le volte che, 
soprattutto l'assoluto e infinito nel tempo, la dilatazione del
pensiero che, incentrato sulla consapevolezza del presente
(questo riferito al colle e alla siepe), assume in s il passato
(mi fu), per annullare - senza orgoglio presuntuoso - il tempo e
naufragare nella dolcezza dell'infinito. E tutto questo  opera
dell'uomo.
Sempre caro mi fu quest'ermo colle.
